Feriti alla stazione: Brescia il grande ospedale

La battaglia di Solferino e San Martino, combattuta il 24 giugno 1859, fu una pietra miliare dell’unficazione nazionale, ma fu anche un’ecatombe in cui sia gli austriaci sia l’esercito franco-piemontese ebbero all’incirca 11.000 morti e 45.000 feriti e malati, di cui rispettivamente 3.000 e 14.000 italiani. L’immagine, davvero rara, mostra la stazione di Brescia accogliere carri colmi di feriti pronti per essere trasferiti a Milano ed in altre località poste lungo la linea ferroviaria al tempo detta “Ferdinandea”.

La città si distinse infatti per l’accoglienza e la cura di decine di migliaia di feriti che trasformano Brescia – per utilizzare un’icastica espressione di Henry Dunant – in «un immenso ospedale»: “Dal palazzo dorato, all’umile tugurio, dalla nobiltà alla plebe, dai Cittadini al Clero, dai Religiosi alle Ospitaliere, dal Medico al Mercadante, tutti coll’entusiasmo d’una causa sacra, non chiamati, non pregati, ma per impulso spontaneo si unirono, si divisero, si collocarono ai fianchi dei letti, alle sponde dei carri, negli ospedali improvvisati, coll’opera, col consiglio, col sussidio, coll’offerta”.

La stampa fornisce la cifra, alla data del 27 giugno, di 34 ospedali aperti, in grado di ospitare complessivamente 7.240 feriti e ammalati, mentre altri 4.700 circa risultano accolti in case private, cifre che evidenziano un rapido turn over.

Persino il «New York Times» pubblica una corrispondenza speciale dell’inviato Malakoff – ripresa pure dal «London Times» – per segnalare l’impegno dei cittadini bresciani: “Visto il gran numero di feriti, è stato necessario ricorrere all’aiuto della popolazione. E Brescia può essere certamente fiera dei suoi cittadini, dato che non è dato di trovare nulla di più rimarchevole del comportamento nobile e patriottico che i bresciani hanno dimostrato in questa occasione, che sicuramente non ha eguali. Non c’è stata una casa o una famiglia, anche tra le più umili, che non abbia trovato i mezzi per accomodare uno o più feriti”.

Al 15 luglio risultano ricoverati in città – definita «punto principale delle evacuazioni delle due armate alleate dopo Solferino» – 6.577 feriti e ammalati (2.830 italiani, 3.172 francesi e 575 austriaci. I prospetti derivanti dalle annotazioni del responsabile cittadino .685 gli evacuati in altri ospedali.

Il ruolo della ferrovia è significativo.  Nel corso degli ultimi giorni di luglio 1859 i trasferimenti dei ricoverati francesi e sardi continuano a ritmo incessante, anche se dagli ospedali di Castiglione, Lonato e Montichiari, così come da Cremona, continuano ad arrivare militari in transito per essere poi trasportati via ferrovia a Milano, Torino e Genova.

“La situazione degli ospedali di Brescia – si scrive il 26 luglio – non si è modificata né in bene né nel male. Quale che sia il numero dei malati che sono stati evacuati a Milano le cifre di coloro che restano è aumentata dai nuovi venuti, e così l’ingolfamento e pressoché lo stesso». Influiscono pure le difficoltà dell’amministrazione delle ferrovie e le richieste che giugno da Milano di ritardare alcune partenze, nonostante il 26 luglio siano inviati a Verona 200 soldati austriaci in grado di viaggiare”.

La partecipazione delle popolazioni si rivela pure anche in seguito ad un incidente ferroviario alla stazione di Coccaglio, il primo luglio 1859, in cui rimasero coinvolte diverse centinaia di feriti che viaggiavano in treno verso Milano. La gente del paese soccorse, donne in testa, gli incidentati, come ricorda il cronista.

La città si svuota lentamente. Brescia – che complessivamente ha offerto ricovero e cura a 35.143 soldati ammalati o feriti – cessa di essere «un immenso ospedale». Rimangono le sepolture dove la città ha accolto i corpi di 1.368 soldati: 600 francesi, 359 italiani e 264 austriaci oltre a 145 corpi mai identificati.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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