Il Campo di Marte

Siamo al limite settentrionale della città degli anni Venti del Novecento. L’immagine del fotografo Negri documenta l’avvio dei primi lavori di urbanizzazione, dall’incrocio con l’attuale Via Leonardo Da Vinci, Largo degli autieri e la non ancora tracciata via Vittorio Veneto. Ancora all’inizio dell’Ottocento qui si tiene il mercato dei bestiami e la Fiera. La spianata

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Giovani Bresciani in colonia all'Aprica

Piccoli bresciani in colonia

Il fotografo Negri è uomo esperto e sa documentare da par suo, anche quando si tratta di una commessa da privati o da enti, le ragioni del proprio scatto. Occorre racchiudere in una sola immagine ampie strutture, rendere leggibili scritte e insegne, tenere immobili scalmanati bambini e compunti adulti, mettere di lato ma ben visibili bandiere o simboli del moderno, come le automobili.

Il risultato è, per esempio, questa bella immagine della colonia permanente “Principe di Piemonte” nelle giornate inaugurali del 1922. Vi è annesso il ‘Pensionato Famigliare Femminile all’Aprica’ della Croce Rossa Italiana, gestita dal Comitato di Brescia, inaugurata il giorno 15 settembre 1922 quale colonia permanente con 63 bambini, sotto la guida del dottor William Zanini; la colonia-collegio sarà poi trasferita a Salò nella Villa Bellini, capace di 100 letti e poi trasformata più recentemente in orfanatrofio.

Vere e proprie iniziali colonie furono le Stazioni alpine, promosse dal 1884 in poi e sorte a Collio, a Bagolino e a Camaldoli di Gussago. Le montagne bresciane ospitano numerose colonie alpine, gestite da aziende, parrocchie o direttamente dal partito fascista e suoi enti collegati. Sono luoghi di ripetute vacanze estive per migliaia di bambini: negli anni Trenta le colonie bresciane sono complessivamente 110.

Ma non sono solamente luoghi di vacanza. In realtà la villeggiatura estiva in salubri località era resa necessaria dalle precarie condizioni di salute dell’infanzia.

Nel campo dell’assistenza ai minori – con l’obiettivo di contrastare l’elevata mortalità infantile grazie a soggiorni nelle colonie – già nel 1872 la Congregazione di carità cittadina istituisce la ‘Pia opera del baliatico’, che eroga sussidi alle madri nutrici e per quelle costrette a ricorrere alle balie o per mandare fuori famiglia e fuori città i figli malati. Dal 1905 opera la Cassa d’assistenza ‘Pro maternitate’ per l’elargizione di aiuti finanziari.

Nel dopoguerra è attiva la ‘Federazione provinciale delle opere infantili antitubercolari’ (1920) e dopo pochi anni sono aperte le colonie elioterapiche in Castello (1922), Mompiano (1925) e quindi di Stocchetta e Urago Mella, così come altre sono gestite lungo il fiume Oglio o nelle campagne della Bassa bresciana o in valle Camonica.

Fra le opere di carattere assistenziale si segnala la realizzazione della ‘Casa della madre e del fanciullo’ dell’Onmi – Opera nazionale maternità infanzia -, fiore all’occhiello degli sforzi del welfare di regime. Essa sorge nei pressi del quartiere Campo Fiera, inaugurata nell’anno 1937 e consiglia l’invio nelle colonie montane, marine o fluviali, di centinaia di gracili ragazzini.

Una colonia permanente per una sessantina di bambine gracili ed intitolata al Principe di Napoli è aperta il 17 gennaio 1938 nell’ex villa Zanardelli di Fasano. Nello stesso anno le colonie erano 110 di cui 84 elioterapiche, 8 fluviali e lacuali, 7 marine, 8 montane, 3 termali.

A mandare in vacanza i bambini bresciani sono soprattutto le colonie marine o montane dei Dopolavoro aziendali delle imprese più importanti, dalla Metallurgica Tempini alla Togni, alle “mitiche” colonie organizzate dalla Om. La Breda sin dagli anni Trenta gestisce per i figli dei propri dipendenti una colonia marina a Celle Ligure.

Nota è pure la Colonia montana ‘Benito Mussolini’ eretta in località Valledrane di Treviso Bresciano recuperando le casematte di servizio al vicino forte militare costruito nel 1912: la colonia offre 130 posti letto ed è aperta ufficialmente da Augusto Turati nel luglio del 1926.

Durante l’ultimo mezzo secolo le colonie hanno continuato a funzionare. Sono le proposte che parrocchie in primis – ma non solo – rivolgono ai più piccoli, per consentire qualche giorno di svago e di aria diversa da quella di città. E sono circa 200 le parrocchie che in questo XXI secolo promuovono soggiorni estivi per i più piccoli, per i tre quarti in montagna e per un quarto al mare.

E sono una cinquantina, sparse un po’ per tutte la provincia, le strutture censite nell’elenco delle case-vacanza pubblicato dal sito degli oratori bresciani.

Tutti al circo

Tutti al circo

Gran Circo Olimpico in Piazza Vecchia a Brescia: equestre compagnia diretta dal maestro Carlo Ferroni, con l’arabo Mocchammed Ben Cluissin Mustafà ed il primo Grottesco a Cavallo e celebre danzatore sulla corda tesa”.

Così un volantino dei primi anni dell’Ottocento annunciava uno dei tanti spettacoli che circensi, teatranti, burattinai e saltimbanchi tenevano nelle strade e nelle piazze della città.

Solleticando la memoria storica, si ritrovano immutate nel circo e nelle fiere le atmosfere del teatro di strada, delle lanterne magiche sparse qua e là nei Luna-park e dei palcoscenici ambulanti che animavano i vicoli di un tempo dove bastava davvero poco per sognare ad occhi aperti.

Mestieri che non si inventavano, ma si tramandavano e si tramandano ancora oggi di generazione in generazione nelle famiglie il cui nome è segnale di garanzia – da Barnum a Togni -, con immensi sacrifici e con straordinaria passione, in un continuo vagabondare in luoghi diversi: ad ammirarli stuoli di bambini e giovani, che sotto quei tendoni incantati restavamo travolti dallo stupore: la smorfia di un clown, la scioltezza di un giocoliere o l’audacia di un trapezista bastavano a far respirare l’aria di un altro mondo, alternativo e caleidoscopico.

L’immagine dello studio Negri propone allo stupore di uno sciame di ragazzi incuriositi il passaggio per le vie del centro di Brescia di un possente elefante guidato da un serissimo domatore, agli inizi del Novecento. Un vero e proprio pachiderma che l’obiettivo del fotografo, nonostante l’immaginabile lentezza del passo, coglie nella sua dinamicità.

Spettacoli forse oggi non più immaginabili, come quella “Esposizione galleria zoologica con grande famiglia di coccodrilli vivi” tenutasi “sulla Piazza del Broletto di Brescia” nel 1862, con l’intervento del celebre domatore bresciano Benedetto Advinent a mostrare agli increduli cittadini – così la pubblicità del tempo – “quelli esemplari di cui tutti i giornali di Francia hanno parlato”.

Gli spettatori non mancavano mai e la fotografia testimonia di una curiosità mai venuta meno: circhi e spettacoli si alternavano ala tradizionale fiera, che gli Statuti della città del 1252 già ricordano nelle edizioni della Fiera del Brolo e del Castello, oltre a quella che si teneva a Ponte Mella, fra il 25 luglio ed il 15 agosto.

Quest’ultima si trasferirà in Campo Fiera, con un decreto della Serenissima Repubblica Veneta che ne fissava la data di svolgimento fra il 6 ed il 18 agosto di ogni anno. I mercanti dovevano affittare gli appositi “casotti” e parteciparvi con le loro “botteghe ben fornite”: già nel 1612 il luogo veniva adornato da “due copiosissime fontane e due porte di sasso piramidale”.

Nell’Ottocento si ricordano il circo con la “donna pantera e quella colosso”, “i cavalli fenomeni”, con la città a spostare in quelle settimane il proprio baricentro ludico fuori le vecchie mura. E nei primi anni del Novecento i giornali parlano di tram presi d’assalto dalla folla, pronta a gustarsi “il grande cinematografo all’aperto Kullman, il serraglio delle bestie di Nouma Hawa ed una bellissima giostra di automobili”.

Nel 1906 – già lo abbiamo incontrato in questo blog – è la volta dell’apparato scenico del circo di Buffalo Bill: 500 persone, 800 cavalli e bufali, tende e pellirossa a far da contorno per uno spettacolo che resta a lungo nella memoria dei bresciani che in 12.000 accorrono festanti.

Spazi e vie trasformate in paese dei balocchi, fra sogni ad occhi aperti e colorati tendoni, “la cui disposizione, la sera, piace assai”. Vi compare pure un primo Luna Park, con quelle montagne russe che, nel 1908, vengono descritte “lunghe 150 metri con ondulazioni più o meno alte, percorse da un carosello andata e ritorno, lasciando un po’ di brivido”.

Il circo mantiene ancora oggi inalterato un ulteriore charme: quello dell’affascinante, duro mistero dei loro lavoranti.

Sala d'attesa

Beni di lusso per i cittadini

Nella studiata immagine del fotografo Negri l’elegantissima e moderna sala d’attesa per i clienti del negozio di “Articoli per sports e calzature Pivetti”, gestito da Riccardo Pivetti in via XI Febbraio n. 4 (in precedenza alle demolizioni di piazza Vittoria proseguimento di via Dante, oggi via card. Giulio Bevilacqua).

Gusto e raffinatezza non mancano per questo negozio fondato nel 1860 e che negli anni Trenta del Novecento si pubblicizza come «la più antica e rinomata ditta specializzata in tutte le forniture alpinistiche, fornitore del Cai», inseguendo così anche la moda delle gite in montagna organizzate da varie associazioni. Un luogo che costituisce l’emblema del gusto in evoluzione dei bresciani, fra tradizione e modernità.

Il commercio cittadino in realtà da lungo tempo ha modellato il proprio sviluppo anche sui beni di lusso. Basti pensare ad un comparto sempre in ascesa: l’oro ed il suo commercio. Nel corso dell’Ottocento nella sola Brescia risultano attive circa 120 botteghe di gioiellieri o venditori di oro, un numero enorme per una città di poco superiore ai 30.000 abitanti, numero che cala gradatamente nel corso del tempo.

I censimenti industriali del secondo dopoguerra segnalano nel territorio bresciano 58 imprese (con 175 addetti) nell’anno 1951, aziende che si dedicano alla lavorazione o commercializzazione anche dell’oro che divengono 91 nell’anno 1961 (con 629 addetti), sino ad esplodere letteralmente nel tenere testa al boom economico, che rende disponibili surplus da investire nel prezioso metallo.

La rete commerciale non segue, però, adeguati itinerari di modernizzazione, mostrando i segni di una stagnazione anche di stampo merceologico: negli anni Trenta, sono ancora aperti, per esempio, 5 negozi per canestri di vimini, 11 di sellai e 15 esercizi per la vendita sfusa di lisciva, 56 latterie, solo 4 negozi di «articoli in gomma», ma 7 di «sacchi usati», quasi 250 fra caffè, bar e bottiglierie, 235 trattorie e più di 200 osterie. Nella realtà tipicamente urbana il lusso mantiene però ha la sua parte: vi sono ben 12 negozi per la vendita di arredi sacri e altrettanti di pianoforti, 22 negozi di cappelli, mentre fioriscono i laboratori che utilizzano oro: sono 38 in città, 6 a Chiari, 4 a Palazzolo ed uno per i centri maggiori.

Non mancano altri negozi particolari. Franco Guidetti in corso Palestro è l’unico in città che per decenni vende casseforti, due sono le manicure aperte presso l’Albergo Diurno e tre quanti fanno pedicure; ben 33 gli orefici e gioiellieri e 7 gli antiquari e venditori di “oggetti d’arte”; 25 le profumerie e 7 i restauratori, che disegnano comunque una città viva e per certi versi non povera.

Nel secondo dopoguerra è l’elettrodomestico ad assumere molteplici significati – dalla liberazione dalla fatica a strumento di emancipazione femminile, da status symbol familiare a emblema di un lusso che vuol dire svolta generazionale. Ad iniziare dalla lavatrice, che trova nella «miniaturizzazione» la possibilità della sua adozione nelle case private.

Prende piede quella che inizialmente la lingua italiana chiama «liscivatrice automatica», che consente un’operazione di lavaggio meccanizzata. In città si diffondono inizialmente i modelli Fiat e Candy , con un costo base di 210.000 lire, pari a circa sei/sette mensilità operaie. Nel 1958 compare la prima lavatrice completamente automatica. È l’inizio di uno straordinario successo, se nel periodo compreso fra il 1959 ed il 1963 le vendite del nuovo elettrodomestico conoscono un aumento pari al 350%.

Il modello di vita americano prende piede con rapidità: nel negozio «Vita» di via Palestro, per esempio, si propongono i frigoriferi – sotto lo slogan «Per una vita più comoda» – i modelli Sigma «originali germanici di Mannheim della Brown Boveri» – costo 99.000 lire – e i modelli Du Pont, costruiti con «lamiera elettrozincata» e montati nelle nuove cucine razionali, dette «americane». Anche presso la concessionaria Fiat «Bertolotti», accanto ai modelli delle automobili torinesi compaiono in vendita robusti frigoriferi, mentre presso il noto negozio «Vigasio» nel 1960 si pubblicizzano i «frigoriferi svizzeri per la famiglia»: costo 38.000 lire, ratealizzabili a 4.000 lire mensili; lo stesso commerciante nel 1961 è in grado di garantire il ritiro della vetusta ghiacciaia – «[la] pago lire 25.000» – in cambio dell’acquisto di un frigorifero.

Lavoratori

Una festa per il mondo dei trasporti

Dopo la Seconda Guerra mondiale si torna a festeggiare il I maggio, la Festa dei Lavoratori che a Brescia aveva registrato il primo raduno nel 1898. Nell’immagine la tavola imbandita e commensali con vestito della festa per il I maggio 1947 in un’impresa di autotrasporti.  Un settore che nel bresciano, per via della sua organizzazione economica imperniata su piccole e medie imprese, è sempre stato fiorente.

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento a Brescia operavano nove Agenzie di trasporto e spedizioni autorizzate: oltre all’Agenzia delle Strade Ferrate Meridionali vi erano le imprese di Luigi Berardi, Bianchi & Compagni, Roberto Borsi (fuori Porta Milano), la ditta di Antonio Carrara, l’Impresa Duina & Ramponi, la Pietro Feriti (che gestiva anche un’agenzia per l’emigrazione), la ditta Giovanbattista Fornasini, la Giovanni Moreni e la ditta “Giulio Dalla Vecchia” (dalla quale nascerà la Fert).

Bisogna attendere il 1909 per registrare, nel comparto, l’apparire di una cooperativa: quell’anno nasce infatti la “Cooperativa Trasporti”, che durerà sino allo scoppio della Grande guerra e della quale non si conosce praticamente nulla. A Salò nel 1914 sorge la “Società cooperativa bresciana autotrasporti”, che conosce anch’essa una vita poco duratura, nonostante il coinvolgimento di autorità e imprese impegnate a promuovere il turismo lacustre.

Dopo la baraonda guerresca, il settore dei trasporti e delle spedizioni conosce un certo rilancio. Nel 1920 nasce in città la nuova ditta “Autogarages e autotrasporti”, che coinvolge molti disoccupati ma che si scioglierà già nell’anno 1923. Nel 1921 è la volta della “Cooperativa  autoservizi” a Brescia e della “Cooperativa carrettieri di Leno”, che consente al commercio ed alla agricoltura della pianura di fruire di alcuni preziosi servizi di movimentazione delle merci.

Nella seconda metà degli anni Venti la concorrenza in città è fra l’altro assai elevata. Si registrano ben 10 imprese di trasporti e spedizioni: la “Autotrasporti Cicchetti & Golfetto” di via Montello, la “Francesco Colpani” di via Morosini, la citata “Cortesi” in Corso Cavour, la nuova “Cooperativa Trasporti” con sede in via Gasparo da Salò, la “Bresciana” di via Solferino, la “Zoncada” (già “Brusadelli & Zoncada”, che la pubblicità del tempo segnalava attiva sulla direttrice Milano-Brescia-Verona-Salò e Trento-Bolzano-Innsbruck) sempre in via Solferino, la “Felice Besenzoni” di via Foppa, la Fert e la “Erminio Cantù” con sede presso la Stazione Tram.

Nota è nella storia bresciana la proliferazione di nuove imprese o cooperative che, recuperando i residuati bellici (su tutti i famosi automezzi marca Dodge di fabbricazione americana) e dando lavoro ai reduci dalla guerra e dai campi di internamento, offrono servizi di trasporto a prezzi stracciati, trovando ordini e lavoro grazie alle intense stagioni della faticosa ricostruzione post bellica.

Una presenza diffusa: Le statistiche segnalano la fondazione di ben 52 cooperative di trasporti negli ultimi otto mesi dell’anno 1945 ed altre 7 nel 1946, nel segno di una possibile opzione lavorativa in stagioni drammatiche. Una diffusione che si registra in ogni angolo della provincia e che mette in crisi le imprese più strutturate. Come si legge nei verbali del Consiglio di Amministrazione della ditta Fert, per esempio, “non si sono potute diminuire le spese generali, né di personale, anzi, si è dovuto, costretti dai patti di lavoro, aumentare di molto stipendi e paghe, senza poter aumentare i prezzi dei trasporti. Si aggiunge che il blocco dei licenziamenti ci ha impedito di diminuire il personale, resosi inutile per la mancanza di lavoro mentre si sono dovute aumentare le mercedi”.

Il tema dei trasporti e della logistica del movimento, con l’apprestarsi della crescita economica e del boom degli anni Sessanta, registra un vero scossone. Agli inizi degli anni Cinquanta nel bresciano si censiscono ben 943 ditte di trasporti, con oltre 2.600 addetti, anche se solamente 9 imprese – con complessivi 374 addetti – dichiarano di essere a diffusione regionale e nazionale.

Il panorama che si apre agli anni Sessanta è, per il mondo delle imprese locali di trasporto e spedizioni, assai contraddittorio. Il censimento dell’economia effettuato nello stesso 1961 segnala il rapido proliferare delle imprese di trasporti e spedizioni, che nel bresciano passano da 943 del 1951 a 1.302 di dieci anni dopo. E’ l’esplosione dei padroncini, dei proprietari di un solo automezzo con un solo dipendente, il proprietario. Con la nascita di una sola cooperativa di trasporti.