Beni di lusso per i cittadini

Sala d'attesa

Nella studiata immagine del fotografo Negri l’elegantissima e moderna sala d’attesa per i clienti del negozio di “Articoli per sports e calzature Pivetti”, gestito da Riccardo Pivetti in via XI Febbraio n. 4 (in precedenza alle demolizioni di piazza Vittoria proseguimento di via Dante, oggi via card. Giulio Bevilacqua). Gusto e raffinatezza non mancano per

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Lavoratori

Una festa per il mondo dei trasporti

Dopo la Seconda Guerra mondiale si torna a festeggiare il I maggio, la Festa dei Lavoratori che a Brescia aveva registrato il primo raduno nel 1898. Nell’immagine la tavola imbandita e commensali con vestito della festa per il I maggio 1947 in un’impresa di autotrasporti.  Un settore che nel bresciano, per via della sua organizzazione economica imperniata su piccole e medie imprese, è sempre stato fiorente.

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento a Brescia operavano nove Agenzie di trasporto e spedizioni autorizzate: oltre all’Agenzia delle Strade Ferrate Meridionali vi erano le imprese di Luigi Berardi, Bianchi & Compagni, Roberto Borsi (fuori Porta Milano), la ditta di Antonio Carrara, l’Impresa Duina & Ramponi, la Pietro Feriti (che gestiva anche un’agenzia per l’emigrazione), la ditta Giovanbattista Fornasini, la Giovanni Moreni e la ditta “Giulio Dalla Vecchia” (dalla quale nascerà la Fert).

Bisogna attendere il 1909 per registrare, nel comparto, l’apparire di una cooperativa: quell’anno nasce infatti la “Cooperativa Trasporti”, che durerà sino allo scoppio della Grande guerra e della quale non si conosce praticamente nulla. A Salò nel 1914 sorge la “Società cooperativa bresciana autotrasporti”, che conosce anch’essa una vita poco duratura, nonostante il coinvolgimento di autorità e imprese impegnate a promuovere il turismo lacustre.

Dopo la baraonda guerresca, il settore dei trasporti e delle spedizioni conosce un certo rilancio. Nel 1920 nasce in città la nuova ditta “Autogarages e autotrasporti”, che coinvolge molti disoccupati ma che si scioglierà già nell’anno 1923. Nel 1921 è la volta della “Cooperativa  autoservizi” a Brescia e della “Cooperativa carrettieri di Leno”, che consente al commercio ed alla agricoltura della pianura di fruire di alcuni preziosi servizi di movimentazione delle merci.

Nella seconda metà degli anni Venti la concorrenza in città è fra l’altro assai elevata. Si registrano ben 10 imprese di trasporti e spedizioni: la “Autotrasporti Cicchetti & Golfetto” di via Montello, la “Francesco Colpani” di via Morosini, la citata “Cortesi” in Corso Cavour, la nuova “Cooperativa Trasporti” con sede in via Gasparo da Salò, la “Bresciana” di via Solferino, la “Zoncada” (già “Brusadelli & Zoncada”, che la pubblicità del tempo segnalava attiva sulla direttrice Milano-Brescia-Verona-Salò e Trento-Bolzano-Innsbruck) sempre in via Solferino, la “Felice Besenzoni” di via Foppa, la Fert e la “Erminio Cantù” con sede presso la Stazione Tram.

Nota è nella storia bresciana la proliferazione di nuove imprese o cooperative che, recuperando i residuati bellici (su tutti i famosi automezzi marca Dodge di fabbricazione americana) e dando lavoro ai reduci dalla guerra e dai campi di internamento, offrono servizi di trasporto a prezzi stracciati, trovando ordini e lavoro grazie alle intense stagioni della faticosa ricostruzione post bellica.

Una presenza diffusa: Le statistiche segnalano la fondazione di ben 52 cooperative di trasporti negli ultimi otto mesi dell’anno 1945 ed altre 7 nel 1946, nel segno di una possibile opzione lavorativa in stagioni drammatiche. Una diffusione che si registra in ogni angolo della provincia e che mette in crisi le imprese più strutturate. Come si legge nei verbali del Consiglio di Amministrazione della ditta Fert, per esempio, “non si sono potute diminuire le spese generali, né di personale, anzi, si è dovuto, costretti dai patti di lavoro, aumentare di molto stipendi e paghe, senza poter aumentare i prezzi dei trasporti. Si aggiunge che il blocco dei licenziamenti ci ha impedito di diminuire il personale, resosi inutile per la mancanza di lavoro mentre si sono dovute aumentare le mercedi”.

Il tema dei trasporti e della logistica del movimento, con l’apprestarsi della crescita economica e del boom degli anni Sessanta, registra un vero scossone. Agli inizi degli anni Cinquanta nel bresciano si censiscono ben 943 ditte di trasporti, con oltre 2.600 addetti, anche se solamente 9 imprese – con complessivi 374 addetti – dichiarano di essere a diffusione regionale e nazionale.

Il panorama che si apre agli anni Sessanta è, per il mondo delle imprese locali di trasporto e spedizioni, assai contraddittorio. Il censimento dell’economia effettuato nello stesso 1961 segnala il rapido proliferare delle imprese di trasporti e spedizioni, che nel bresciano passano da 943 del 1951 a 1.302 di dieci anni dopo. E’ l’esplosione dei padroncini, dei proprietari di un solo automezzo con un solo dipendente, il proprietario. Con la nascita di una sola cooperativa di trasporti.

Le regie poste

Le antiche Regie Poste

Nell’immagine di fine anni Venti il bel palazzo seicentesco posto all’incrocio fra via Solone Reccagni e Piazza Martiri di Belfiore (sino al 1909 chiamata Piazza della Posta), sede delle Regie Poste e Telegrafi. La sede postale vi resterà sino all’inaugurazione di piazza della Vittoria (1932): il palazzo qui ritratto verrà quindi sovralzato nel corso dei primi anni Trenta del Novecento.

Il traffico postale bresciano è descritto, all’inizio del Novecento, da numeri già imponenti e che cresceranno nel corso degli anni. Nell’anno 1920 sono spediti o ricevute 2.670.000 raccomandate, 290.000 pacchi, emessi o pagati 785.000 vaglia; inviate o ricevute 210.000 assicurate. Non mancano 280.000 telegrammi inviati e 337.000 ricevuti e, infine, 2.800.000 cartoline fra spedite e ricevute.

Queste ultime, che costituiscono una buona fetta delle unità gestite dalle poste crescono rapidamente anno dopo anno, sin da quando l’Italia con la legge emanata nel giugno del 1873 adotterà dal 1° gennaio 1874 la propria “cartolina postale” con bollo prestampato da 10 centesimi, tassa presto portata a 15 centesimi.

Dall’intero postale nasce – ma la storia delle origini è controversa e ricca di un’aneddotica che si intreccia con la ricerca del primato locale – la cartolina illustrata, la cui fase pionieristica si protrae sin verso gli anni Novanta dell’Ottocento, quando l’introduzione di nuove tecniche di stampa e l’estendersi delle concessioni all’industria privata per editare cartoline generano una forte espansione della produzione.

Dal 1° agosto 1889 entrano in circolazione le “cartoline autorizzate”, illustrate con disegni monocromatici e, ben presto, con riprese fotografiche: l’illustrazione doveva comparire sul recto, lasciando spazio per l’indirizzo e l’affrancatura, prevista in soli 10 centesimi, mentre il verso restava inizialmente completamente bianco ad ospitare l’indirizzo del destinatario. Non è ancora l’età del turismo di massa, ma la cartolina pare un mezzo simpatico di inviare notizie e da subito oggetto da collezionare.

La cartolina è un “provvidenziale ausilio delle fantasie ristrette, delle sintassi esitanti, delle ortografie precarie, risorsa delle persone frettolose, espressione abituale di un mondo che non va mai abbastanza in fretta”. La brevità del messaggio verbale, con l’economia espressiva salvaguardata dall’alibi della necessità, e l’apporto del messaggio visivo che svolge la funzione di integrazione del testo (amplificandolo per ridondanza o caricandolo di allusioni), sono fra le ragioni della straordinaria popolarità conquistata dalla cartolina

Proprio in virtù della sua tiratura e della sua diffusione tramite la posta in luoghi distanti fra loro, la cartolina acquisirà una capacità di presenza nel tessuto sociale decisamente significativa, vero strumento di comunicazione popolare. Una circolazione, dunque, particolarmente ampia e diffusa. In provincia di Brescia, nell’anno 1925 avevano raggiunto la cifra di 2.203.000 cartoline spedite e 1.800.000 inviate. Un numero che calerà leggermente nel 1927, quando risultano spedite 1.478.427 cartoline e ricevute 1.618.000.

Per il resto delle spedizioni, crescono notevolmente i telegrammi (oltre 100.000 in più in meno di dieci anni), sono oltre 1,2 milioni in più le raccomandate e restano stabili i pacchi. Ma fra il 1920 e il 1930 la presenza degli uffici postali bresciani è rimasta uguale, ovvero in numero esatto di 200 (si ricorda che il numerod ei Comuni della provincia, al tempo, era superiore a 300). Viceversa, gli uffici telegrafici passano nel medesimo lasso di tempo da 137 a 130, per scomparire definitivamente nel secondo dopoguerra.

la città giardino

La “città giardino”

Nella fotografia scattata fra le due guerre si rivela la nuova urbanizzazione nella zona fra via Turati e via Boifava. La nuova via realizzata sul terrapieno è via Giuseppe Guerzoni (così chiamata a partire dal 1921), mentre le file degli alberelli segnalano l’allora via Giuseppe Cesare Abba, oggi via D’Annunzio.

Gli edifici furono realizzati dall’Impresa Giuseppe Freschi, che aveva progettato una vera “città-giardino” solo parzialmente realizzata, proposta nel 1912 dalla citata società edilizia con la creazione di ordinate aree edificate. Sorgeranno in queste stagioni, fra viale Venezia, via Benacense e i ronchi, decine di ville signorili con giardini e parchi, dimore moderne e dotate di ogni confort, garage compreso.

A sinistra dell’immagine, ulteriore simbolo di modernità, la porzione del noto Garage Angeli, con annessa agenzia automobili marca Ford.
Appartenenze di status, fortune familiari e radicate abitudini rurali si riverberano nella diversità e singolarità della propria abitazione. Palazzi nobiliari, ville borghesi, case operaie, cascine contadine costituiscono il tessuto urbano della prima modernità, con una mescolanza decretata dalla storia secolare e dalla velocità dei cambiamenti recenti.

L’ambizione cittadina è quella di affiancare, all’intasato centro storico ed alle opere di edilizia pubblica municipale (Campo Fiera, via Verona, via Volturno, via Molin del Brolo, via Volta) , vaste porzioni urbane impreziosite da immobili di pregio e di adeguati spazi verdi. Per la borghesia si pensa dunque alle città-giardino, ai progetti di famosi architetti, inseguendo subitanee mode e impreziosendo gli interni grazie a artigiani ed ebanisti.

Nel secondo dopoguerra la città crescerà con nuovi modelli edilizi: ci penseranno il Piano Fanfani, lo Iacp e i villaggi Marcolini.
Il verde cittadino è però già ridotto – in poche, eccezionali stagioni di crescita – a presenze risibili. Nel 1909, per la Brescia racchiusa entro la cinta daziaria, le aree a verde, Cidneo compreso, sono ridotte a poco più di 14 ettari, il 3% circa del totale. Solo nel 1928 la zona compresa fra i due boulevard risultanti dall’abbattimento delle mura ovest, pari a circa 7.000 mq, viene sistemata a giardino, con il nome attuale di Giardini di via dei Mille.

Brescia cresce impetuosa: la superficie urbanizzata passò dai 242 ettari degli anni Novanta ai 291 dell’anno 1902, a ben 388 ettari segnalati nel 1911, ovvero un aumento del 60% in un ventennio.

L’immagine presenta pure il rilievo dei ronchi – a metà costa l’edificio dipinto a strisce del “Casinetto svizzero” – che la città sta gradatamente scalando con i propri edifici, mentre a sinistra il rilievo del Cidneo. La storia del polmone verde costituito dal colle Cidneo assume, agli inizi del Novecento, elementi paradigmatici dell’incrocio fra qualità della vita cittadina, gestione ambientale e rapporti con la sfera politica.

Il castello, da sempre simbolo della città armata e mai aperto alla cittadinanza, fu sede del carcere militare sino al 1903. Venne utilizzato l’anno successivo, unitamente agli spazi circostanti mascherati dai padiglioni liberty, dall’Esposizione industriale, tornando degradato luogo senza qualità sino alla Esposizione dell’elettricità, tenutasi nell’anno 1909.

Le rassegne espositive sono iniziative tese a mostrare il volto di una città moderna e di una borghesia illuminata, che da quella data inizia a considerare il sito come nuovo luogo del passeggio festivo da cui dominare la città brulicante. Il verde viene gradatamente attrezzato “per una zona adatta al passeggio, vista la mancanza di ciò dopo la demolizione degli spalti”, con la posa di una fontana con pompa a motore, la riapertura dello chalet che nelle precedenti rassegne aveva ospitato mostre fotografiche, mentre nel 1912 si inaugura il giardino zoologico, lanciando infine nel 1914 la Società Pro Castello, con lo scopo di animare questa porzione verde di città.

L’idea dell’abitare circondati da giardini e dal verde, con soluzioni riservate solo alla borghesia, appare quindi sintomatica della nuova percezione del vivere in città: non più il centro asfittico e insalubre, ma la tentazione dell’armonia fra paesaggio ed architettura, lontani dai rumori di una Brescia sempre più industriale.

Brescia 1929 - La prima rete fognaria urbana

La prima rete fognaria urbana

L’immagine documenta lo scavo per la posa di un tronco fognario intorno al 1929 circa. E’ l’ultimo atto di un iter durato decenni, avviatosi quando nell’anno 1906 la giunta municipale aveva stanziato 10.000 lire per la realizzazione di un nuovo progetto e nel 1908 nominato un’apposita commissione che studiasse la nuova rete.