Il laghetto di centro città

Dalla stazione ferroviaria commessi viaggiatori, militari, turisti e businessmen entrano a Brescia attraversando un luogo che per lunghi decenni si rivela sito in perenne trasformazione. Pur forestieri ne riconoscono il silenzio amico. La città è collegata al resto della nazione con le seguenti linee ferroviarie, per la verità non troppo frequenti: Bergamo-Milano-Pavia; Cremona-Pavia; Bergamo-Lecco e Verona-Venezia.

Per lasciare la stazione ferroviaria e raggiungere porta San Nazaro, bastione delle vecchie mura: la zona viene sistemata una prima volta nell’anno 1864 e quindi completamente abbattuta nel 1889. Diventerà prima Piazza Roma (assume questo nome a partire dal 1909) ed oggi Piazza Repubblica. Per raggiungere la città non vi sono – sino alla data che segna la scomparsa dell’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi – che le carrozze, da tutti chiamate broughman: costo del viaggio sino al Corso del Teatro o Piazza Duomo, 1 lira.

Solo a partire dal 12 giugno 1882 è possibile infatti salire su un omnibus a cavalli e su rotaie: la prima linea del sistema di trasporto urbano prende le mosse proprio quell’anno, con la linea Stazione-Teatro-Duomo, frequenza giornaliera di 16 corse per ogni direzione, diluite fra le 6,30 del mattino e le 8 di sera.

È davvero uno strano panorama quel che si apre al visitatore di Brescia. Una confusione che segna la modernità della città, ma nulla in confronto alla libertà di forme che pare aver colto i bresciani nel disegnare la nuova Porta Stazione dopo le demolizione di parte delle mura venete. Un concentrato di stranezze ed eleganza, simbolismi e urgenze da metropoli. Al centro troneggia il casello daziario disegnato dall’architetto Antonio Tagliaferri, eretto nel 1889 (e demolito nell’anno 1926): per la sua bizzarra architettura venne nominato dai bresciani con l’appellativo di “gabbia dei canarì”. Lì, davanti a loro si srotola l’eredità di un sapere accumulato da una civiltà attraverso tutta la sua storia di povertà e geografia di patimenti.

Non sono pochi i bresciani che si trattengono qui, fra città e stazione ferroviaria, cove i saluti si sbertavano con le facezie, impaniandosi con le speranze del domani. A specchiarsi nell’’acqua cheta da pesci rossi: scavato nel 1889, tutti si fermavano con le loro robe, gli attrezzi in groppa o lo sbilenco carretto giusto a gustarne la frescura.

Il laghetto verrà sostituito nel 1930 da una prima fontana, mentre l’attuale fontana con zampilli verrà eretta nel 1957. L’argenteo cerchio d’acqua è guardato a vista da un crocchio di vetturini e relative carrozze, mentre ai lati stazionano lunghi cancelli daziari, eretti nel 1852 ed abbattuti nell’anno 1909, sorvegliati da due grandi leoni di pietra su alti e massicci piedestalli, opera di Domenico Ghidoni, spostati all’ingresso dello zoo, in Castello, nell’anno 1914. Sopra i cancelli le scritte su festone bianco di “entrata” (a sinistra del casello) e “uscita” proprio innanzi all’avvio Corso Vittorio Emanuele, oggi Corso Martiri della Libertà e l’attuale via Matteotti.

Per raggiungere il centro si percorrono i ponti sul Garza, torrente poi coperto nell’anno 1928; sulla sinistra sono ancora alti brandelli delle vecchie mura venete, abbassate e livellate a spalti fra il 1802 ed il 1811 ed abbattute definitivamente nell’anno 1908. Sul lato destro, oltre il magazzino di legnami, la bella architettura di casa Corniani, progettata dal senatore ing. Colombo (fondatore del Politecnico di Milano) nel 1890 e demolita nel 1962. Il panorama rimane dromologico, il progresso inarrestabile: nell’immagine scattata a fine Ottocento non vi è un solo passante che resti fermo innanzi all’obiettivo, quasi fossero tutti a passo lesto dopo aver udito i brontolii di tuoni incappati in lontananza.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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