Giocare a bocce col Duce

I campi di bocce sono sopravvissuti sino al passaggio nel nuovo XXI secolo. Siamo in via Vantini, dove un tempo era attivo un ritrovo operaio, “Il Vantini”, appunto. Era questo un luogo di socializzazione per le migliaia di operai che vi transitavano in entrata e uscita dai colossi metallurgici della Tempini (sin dal 1884) e della Togni (dal 1903), accanto ai clienti altrettanto abituali del quartiere di Campo Féra, nato a partire dall’anno 1907 a due passi dalla via che, sino all’inizio del Novecento, era anche la strada che conduceva all’ingresso principale del Cimitero Vantiniano.

Nel fabbricato, a piano terra, era aperta la mescita del vino, con apertura laterale – come si vede nell’immagine degli anni Trenta – verso le corsie in terra battuta per il gioco delle bocce. Al piano superiore funzionava una vera e propria balera: bastava un giradischi (ma la domenica la musica era dal vivo, anche solo con il classico “Vertical”, il pianoforte a carillon) e centinaia di giovani si conoscevano al giro di un valzer.

Il Ritrovo Vantini – per decenni, prima e dopo il Ventennio non vi sarà altro modo di chiamarlo – era davvero il riferimento del mondo operaio. La vicinanza con le grandi industrie non era però facile. Soprattutto era la Tubi Togni a provocare, con l’installazione di grandi presse, particolari fastidi. Proprio al Ritrovo esce una dichiarata opposizione ai rumori che inquinano le giornate, a non arrendersi agli effetti degradanti della presenza industriale. Così accanto ai residenti è l’oste preoccupato dei propri affari, “l’esercente la trattoria con alloggio sita sul fianco dello stabilimento Togni”, che si rivolge alle autorità nell’ottobre dell’anno 1908 per chiedere “opportuni immediati provvedimenti poiché seriamente danneggiato materialmente pel fatto che dal tempo che esiste questo nuovo stabilimento si vede allontanata la clientela causa il baccano indiavolato, assordante, insopportabile, che lede anche le facoltà mentali ed inoltre ho potuto constatare che del vino ha sofferto in cantina causa forte traballamento”.

Un’importante cesura è causata dall’arrivo del fascismo. Qualche giorno dopo la marcia su Roma, alla fine di ottobre del 1922 una squadra in camicia nera raggiunge questo simbolo comunitario del quartiere, forzando l’entrata della Cooperativa dei Tramvieri che aveva sede proprio al Ritrovo Vantini, frequentato circolo di ritrovo con mescita e trattoria. Il ritrovo viene occupato e seriamente danneggiato, vicenda che rappresenta un’altra tappa della fisica distruzione di quanto poteva rappresentare il legame con un passato “diverso”. Si compie così il preciso disegno del fascismo, che distruggendo i circoli e le sedi pubbliche di ritrovo, bastonando ed umiliando le figure che incarnano idee e progetti del quartiere, tenta di praticare (con successo) la tabula rasa su cui poi “edificare” il nuovo Campo Fiera.

Il periodo fascista pone nuovi scenari alla salvaguardia degli spazi intorno e nel quartiere. Assecondare i sempre crescenti bisogni delle grandi industrie, che aumentano le aree occupate soprattutto dai depositi di rottame e di prodotti semilavorati, ma anche segnare con una presenza “massiccia” e carica di significati simbolici, il terreno di un quartiere connotato da una storia di riottosa sottomissione al Regime. Ecco quindi la realizzazione della sezione rionale dedicata ad uno dei primi caduti del fascismo bresciano, Faustino Lunardini, con la rinnovata apertura del ritrovo con sala da ballo e bocciodromo: il suo nome diviene “Dopolavoro Rionale Lunardini”.

Per il fascismo nel quartiere non devono esistere spazi pubblici che non siano quelli voluti, imposti e gestiti dal Regime. Ecco quindi comparire la sezione del fascio, altre sale del Dopolavoro nelle aziende tutt’intorno. Viene costruita la nuova caserma che ospiterà poi la Guardia Nazionale Repubblicana, nel mezzo dell’unico spazio verde originariamente destinato ad accogliere un centro sociale e sino ad allora utilizzato come parco giochi. Si realizza un nuovo campo di calcio su via Milano e la enorme Casa della Madre e del Bambino, 3000 mq quadrati di cemento e rigide architetture sorte proprio sull’area ove prosperava l’altro osteria popolare del quartiere, il Belvedere.

Ma col dopoguerra il Ritrovo Vantini torna a vivere. Il viso truce del Duce viene cancellato, le bocce restano e con esse le inferriate e i cancelletti che ne delimitano gli spazi, ancora pigramente recanti la sigla intrecciata delle lettere FL, Faustino Lunardini, tragico caduto di una vicenda sbagliata di decenni prima. Ma ormai i frequentanti del Ritrovo hanno dimenticato l’abitudine dell’attardarsi sui campi di bocce a rimirare un liquido tramonto fra la bruma, e non ci si siede più, come ha ricordato il giornalista Renzo Bresciani nel suo romanzo “Chiari di Luna” ambientato proprio qui, “su un gradino a guardare la vampa che esce come una lingua rossa dalla ciminiera della Tempini quando c’è la colata/…/ a respirare l’odore del fieno che entra insieme al puzzo delle ciminiere da cui stanno uscendo le prime vampate” .

Oggi il Ritrovo, dove si è ballato, discusso, giocato, non esiste più: al suo posto, segno dei tempi dell’edonismo contemporaneo, opera una Beautyfarm.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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