Una “fabbrica” per il vino

La straordinaria immagine di Giovanni Negri documenta il vorticoso sviluppo della zona posta ad ovest della stazione ferroviaria. In evidenza sono le vaste cantine e i laboratori dell’azienda vitivinicola Fratelli Folonari, costruiti nell’anno 1892 sulla preesistente sede aperta dieci anni prima con la discesa dalla natia valle Camonica della famiglia.

Nel 1825, infatti, dal commerciante di Edolo Francesco, i figli Luigi e Giovanni rilanciano l’attività col nome di ‘Fratelli Folonari’. Nel 1882 si registra il trasferimento in città a Porta San Nazaro, dirimpetto alla stazione della Piccola velocità e scalo merci – i cui binari sono visibili nella fotografia – dove si realizzano le nuove cantine.

L’etichetta Folonari si trova ben presto sulle damigiane destinate a Milano, in Veneto e Piemonte, nelle trattorie del centro Italia, mentre l’impresa con organizza una sempre più fitta rete commerciale e di rappresentanze che ne fanno conoscere il nome ovunque.

Già a fine Ottocento i vini Folonari seguono i nostri emigranti negli spacci di Oltre Atlantico, dove lo si imbottiglia senza etichetta: dalla stazione di Brescia i carri ferroviari trasportano damigiane e botticelle ai porti di Genova e Livorno, destinazione Buenos Aires e New York.

Nel primo decennio del XX secolo la ditta apre nuovi impianti e moderne cantine in Puglia: i vini rossi ad elevata gradazione a Brescia servono per “tagliare” il locale nettare da infiascare, mentre i bianchi sono direttamente esportati in Europa centrale, sulle tavole dei dignitari dell’Impero Austro Ungarico, con crescente successo.

Nel medagliere della Folonari spiccano il massimo riconoscimento ottenuto all’Esposizione internazionale di Torino del 1911, mentre nel 1911 e 1914 sono conferite a Francesco e a Italo Folonari le nomine a Cavaliere del Lavoro. Francesco è pure, fra il 1907 e il 1918 presidente della “Unione italiana vini”; nel 1912 si segnala l’acquisto e il rilancio della Chianti Ruffino di Pontassieve, colla vendita nel caratteristico fiasco impagliato.

Dopo i danni subiti in tempo di guerra, le cantine Folonari iniziano a commercializzare i propri vini non solamente in botti e damigiane, ma attraverso inedite modalità destinate a raggiungere le tavole degli italiani e non solo. Nel 1954 i Folonari lanciano infatti il “vino quotidiano”, una fra le prime imprese nazionali a procedere con la distribuzione in bottiglia, destinata, grazie ai prezzi concorrenziali, a ristoranti, trattorie e famiglie.

Compaiono le inconfondibili etichette del “Rosso Folonari”, “Rosato Folonari”, “Bianco Folonari”, reclamizzate in trasmissioni radiofoniche e sulle pagine dei più importanti rotocalchi italiani ed europei. Contribuiscono al successo gli spot che la ditta propone – una delle poche imprese bresciane a farlo – anche nella popolare trasmissione di Carosello.

A rispondere positivamente sono inizialmente i mercati del Nord, soprattutto laddove maggiore è la presenza di nostri connazionali, e nella penisola scandinava dove si vanno aprendo ristoranti italiani. I profondi cambiamenti degli stili di vita influenzano anche il settore vitivinicolo. I Folonari sono fra i primi a promuovere inusitate tendenze, contribuendo di fatto alla “nuova frontiera” del vino italiano.

Centri di imbottigliamento e depositi sono aperti a Cellatica, Gavardo, Negrar di Valpolicella e Soave, da cui escono le specialità denominate “Riviera”, “Valpolicella”, “Soave”, “Lugana”. Cambiamenti rilevanti nell’approccio ai mercati esteri maturano alla metà degli anni Sessanta, soprattutto con la commercializzazione di vini di alta qualità, particolarmente apprezzati negli States, in aperta concorrenza con i prodotti francesi.

Nel 1970 il marchio Folonari viene acquistato dal gruppo internazionale Winefood. La famiglia si concentra su produzioni altamente selezionate con il nuovo marchio Premiovini, in iniziative di ulteriore potenziamento della Ruffino sui mercati emergenti e nell’acquisto, lungo il corso degli anni, di alcune storiche tenute toscane. Il resto, la diaspora e la continuità, sono storia recente.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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