Serbatoi per la città

Quando nel 1902 si inaugura il primo, vero acquedotto civico, il tema più problematico non è (ancora) la quantità del prezioso liquido, ma la sua possibile distribuzione anche ai piani più alti delle abitazioni cittadine.
I lavori per il nuovo serbatoio, previsto nella capacità di circa 6.400 metri cubi rubati alla viva roccia, erano in realtà già avviati a fine Ottocento sul Ronco Montagnola, a nord del Castello, appena sotto la Porta del Soccorso: esso verrà collegato alla fonte di Mompiano da una nuova condotta tubolare del diametro di un metro, passante lungo una via appositamente realizzata (Via Canal Nuovo, oggi via Galilei), mentre l’acquedotto vero e proprio partiva dal nuovo manufatto. Dalla fonte di Mompiano, dunque, posta ad un’altezza di 172 metri, l’acqua giungeva per gravità al serbatoio, che a sua volta alimentava le tubazioni metalliche, garantendo altezze piezometriche comprese fra i 10 ed i 20 metri rispetto alle diverse zone della città, permettendo per la prima volta di erogare acqua potabile anche ai piani più alti dei fabbricati.

Ma la città ha sempre più sete. Viene acquista una nuova fonte di approvvigionamento presso le sorgenti triumplina. Per ricevere la nuova acqua (circa 100 litri/secondo) venne realizzata una condotta in ghisa – lunghezza 12 chilometri, diametro 350 mm, con derivazioni al servizio delle località Stocchetta, Mompiano e Borgo Trento – ed eretto un nuovo serbatoio della capienza di circa 7.500 metri cubi, posto sempre sul colle Cidneo, mimetizzato nella fossa del bastione di S. Faustino del Castello: Brescia aveva dunque due serbatoi (il Montagnola ed il nuovo detto Fossa, capienza totale vicina ai 15.000 metri cubi) comunicanti solamente per gravità dal nuovo al preesistente, e due reti del tutto indipendenti, per una soluzione che basterà solamente per un decennio.

L’immagine – scattata nel 1913 – documenta proprio i lavori di questo secondo serbatoio. Una infrastruttura necessaria ed attesa, che consente di modulare al meglio le richieste di acqua che variano, come naturale, dai picchi del giorno alle minime della notte (quando il serbatoio viene rispettivamente svuotato e quindi riempito).

Nel primo decennio del Novecento, frattanto, le utenze d’acqua raggiunsero il numero di 1.381: un numero che, se depurato dei possessori di antichi diritti, e quindi allineato ai soli utenti ex novo, segnala la quadruplicazione dei contratti in meno di dieci anni, mentre nel volgere del lustro successivo essi raddoppiano nuovamente. Alle utenze private in città si affiancavano 110 fontane pubbliche (66 nel centro e 44 nelle frazioni, fra quelle “a deflusso continuo e deflusso intermittente”), a cui si aggiungevano 12 lavatoi pubblici a getto continuo, per un totale erogato di circa 49 litri al secondo.

Sistemato il serbatoio in castello, quindi, il 15 gennaio 1915 il Commissario Regio Giuseppe Ajroldi deliberava “con urgenza” l’approvazione del nuovo regolamento che, come si spiegava al tempo, “nella parte giuridica si ispira al concetto della demanialità delle acque, nella parte tecnica all’obbiettivo di procurare la maggiore estensione del preferibile regime a contatore, e nella parte finanziaria all’intento di elevare, in sobria misura, la tariffa per la parte dei consumi a contatore superiori ai cento metri cubi annui, perequando in correlativa misura la tariffa per gli antichi utenti.”

La tariffa restava stabilita in 25 centesimi per metro cubo per consumi inferiori alla soglia dei 100 (la cifra era stata fissata nell’anno 1896 ed equivaleva a 0,92 centesimi di euro di oggi, una cifra piuttosto elevata), passando dai 5 agli 8 centesimi per metro cubo per consumi superiori: l’aumento, spiegava il Commissario Regio Ajroldi, era “giustificato dalle esigenze di bilancio … e dal riflesso che la tariffa attuale non corrisponde interamente al mutato valore del denaro e alla efficienza delle spese di impianto e di manutenzione”. Una tariffa che si segnalava fra le più basse d’Italia: se si esclude Milano (fra i 10 ed i 20 centesimi a mc a seconda delle categorie di utenti) e Torino (23 centesimi), Brescia era più a buon mercato rispetto a Verona (30 centesimi al mc), Bologna (idem), Bergamo (27 centesimi), Firenze (40 centesimi).

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

Lascia un commento