Il nuovo agorà cittadino

Il nuovo cuore urbano è progettato dal quarantacinquenne architetto romano Marcello Piacentini, personalità di spicco della cultura architettonica fascista. Piacentini ha appena terminato la sistemazione del centro di Bergamo, mentre molti suoi progetti si stanno realizzando nella capitale, elevandolo di fatto al rango di “architetto del regime”, e al quale verranno in futuro affidati progetti per l’Eur, la città universitaria di Roma, i nuovi boulverad di Torino, il disegno della Livorno contemporanea. Il suo progetto per Brescia porta la data del luglio 1928 e consiste fondamentalmente nella creazione di un inedito centro della città in diretto contatto con piazza del Mercato, piazza della Loggia e piazza del Duomo.

Grazie al Regio Decreto 25 aprile 1929 si procede rapidamente agli acquisti delle aree e alle successive demolizioni; si espropriano circa 200 fabbricati, mentre oltre 3.000 residenti vengono sistemati in locali di periferia, molti in semplici baracche presso le zone cittadine di ponte Crotte e di via Industriale nel complesso detto dei Libici – per futuri decenni simbolo del degrado urbano -, altri ancora nella zona di edilizia popolare in rapida espansione di via Monte Grappa e via Campo Marte.

Lo sventramento è completato in meno di due anni. L’esito architettonico dell’intervento bresciano per piazza della Vittoria e per alcune delle sue adiacenze – l’ex mercato coperto di Tito Brusa, il Cinepalazzo – l’attuale ex Adria – di Pier Nicolò Berardi, l’albergo Vittoria di Egidio Dabbeni – allinea volumi squadrati, ricoperti di lucente marmo bianco, assommando molteplici richiami alla romanità, in linea, dunque, coi canoni architettonici e stilistici di un’intera stagione politico-culturale.

La piazza annovera palazzo Peregallo, all’angolo tra via IV Novembre e X Giornate, quello della Banca commerciale, il palazzo della Riunione adriatica di sicurtà (con il caffè Principe, inaugurato il 30 gennaio 1932), la sede della Cassa nazionale delle assicurazioni, il nuovo albergo Vittoria, le sale per le contrattazioni commerciali volute dal Consiglio provinciale dell’economia, il palazzo delle Poste con un rivestimento in bicromia bianco-ocra, il torrione in mattoni di proprietà dell’Istituto nazionale delle assicurazioni, il palazzo delle Assicurazioni generali di Venezia, quello del mercato coperto.

Completano la piazza la torre della Rivoluzione, con un orologio e un bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo, da subito oggetto di vivaci discussioni e polemiche da parte della critica del tempo che ne disconosce il significato di rimando simbolico fascista e ne sottolinea piuttosto il richiamo a un faro portuale o a una torre comunale, nonché altri edifici palesemente ispirati all’architettura classica.

Arricchiscono altresì lo scenario alcune opere monumentali, oltre al citato bassorilievo opera di Romanelli: una gigantesca statua dovuta ad Arturo Dazzi raffigurante un giovane nudo e leggermente proteso in avanti, un giovane realizzato in postura michelangiolesca intriso di debordante, stentoreo, vitalismo, statua denominata alternativamente “Alla giovinezza d’Italia” o “L’era fascista”, a scanso di fraintendimenti – un vero e proprio manifesto politico -, dai bresciani soprannominata “il Bigio”, posta su di un lato al centro della piazza; un’opera – pure essa all’origine di un acceso dibattito – raffigurante l’episodio dell’Annunciazione realizzata dello scultore Martini e l’arengario dovuto al Maraini, decorato da un ciclo di nove lastre marmoree lavorate a bassorilievo che raccontano episodi salienti della storia di Brescia.

L’1 novembre 1932 Benito Mussolini è a Brescia per la cerimonia di inaugurazione, nel decennale della marcia su Roma. Una presenza significativa per la società locale, che ancora vive in ampie frange del fascismo il disagio e le contrarietà per l’esonero dall’incarico di segretario nazionale del partito fascista di Augusto Turati. E se il quotidiano “Il Popolo di Brescia” celebra la città orgogliosa, una “Brescia festante, una Brescia che otterrà il premio della sua dura fatica, una Brescia cui il Regime fascista ha cambiato il volto”, il prefetto verrà presto sollevato dall’incarico per non aver adeguatamente preparato l’evento. Quel giorno, infatti, il Duce – accompagnato da Achille Starace e dal bresciano Arturo Marpicati, rispettivamente segretario nazionale e vice segretario del Pnf – subisce inopinatamente l’ostilità di alcuni presenti che reclamano il rientro alla segreteria del ras bresciano.

Una piazza destinata a dividere più che a unire, come accade ancora oggi nel dibattito per il (non) riposizionamento del Bigio.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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