L’epopea di un monumento

Un caratteristico laghetto con un crocchio di vetturini e relative carrozze, i lunghi cancelli daziari eretti nel 1852 (abbattuti nell’anno 1909), che paiono sorvegliati da due grandi leoni di pietra su alti e massicci piedestalli, che qui resteranno sino al 1914, sorge – ma vi resterà pochi anni – il monumento eretto a ricordo dello statista bresciano Giuseppe Zanardelli. Vi compare esattamente nell’anno 1909, trasferito nella sede attuale nell’anno 1929 per lasciar posto alla nuova sede dei sindacati fascisti, ed i giardini realizzati sulla avvenuta copertura del Garza nel 1927.

L’immagine documenta l’avvenuta sistemazione: sul retro la sede del vecchio ospedale, nel dopoguerra sostituita dal palazzo della Camera di Commercio. L’ orientamento trasversale era stato studiato nella previsione dell’apertura di una nuova strada congiungente il centro con la stazione ferroviaria e mai realizzata. Pur essendo quotidianamente esposti alla vista di ognuno, i monumenti sfuggono spesso non solo all’approfondimento della conoscenza, ma anche alla sola percezione della loro presenza.

Si può quindi senz’altro sottoscrivere quanto l’autore mitteleuropeo Robert Musil scriveva molti decenni or sono, dalle sue “Pagine postume pubblicate in vita”: “la cosa più strana dei monumenti é che non si notano affatto. Nulla al mondo é più invisibile. Non c’è dubbio tuttavia che essi sono fatti per essere visti, anzi, per attirare l’attenzione; ma nello stesso tempo hanno qualche cosa che li rende, per così dire, impermeabili, e l’attenzione vi scorre sopra come le gocce d’acqua su un indumento impregnato d’olio, senza arrestarsi un istante”.

Per Zanardelli, l’ampia scenografia rende forse meno problematica la notazione. Il biancore del marmo, la figura eretta davanti alla sedia, oltre che recenti restauri, rendono il monumento comunque ben visibile anche all’automobilista distratto. La storia narra però di un itinerario piuttosto complesso compiuto dalla città per poter giungere alla posa del monumento.

Si era infatti mossa con maggiore prontezza la provincia, subito attenta ad onorare lo statista. Esaurita l’epopea garibaldina con un paio di lapidi a Manerba e a S. Eufemia, e prima della riscoperta del fascismo maturo degli anni Trenta, Zanardelli era il personaggio giusto: accanto al monumento di Salò, del 1905, e a quello di Maderno, inaugurato il 18 aprile 1909, su bozzetto del Bistolfi che era stato scartato per il monumento di Brescia, ricordiamo la lapide inaugurata a Gardone Valtrompia nel 1899 (con Zanardelli ancora vivente) e ad Iseo il 6 giugno 1909 alla presenza di Carlo Bonardi; la lapide inaugurata a Vobarno in pompa magna il 25 settembre 1910.

Monumenti a Giuseppe Zanardelli vengono infine inaugurati a Breno (1908) e, il 6 ottobre 1912, a Gardone Valtrompia, non a caso “nella piazza dedicata all’immortale Giuseppe Garibaldi”, nella ricercata saldatura con l’epopea risorgimentale ancora da esaurire.

Il personaggio era certamente di statura elevata per la città e la nazione del tempo, ma ciò non impedì di incanalare il progetto nelle stesse direzioni di scontro politico sottese alla stragrande maggioranza delle opere monumentali. Sin dal 1904 a Brescia si era costituito un Comitato apposito, presieduto dal sindaco della città conte Federico Bettoni per erigere il monumento allo statista. Viene aperta una sottoscrizione pubblica, mentre vengono invitati sei scultori a partecipare alla preparazione di bozzetti, mentre crescono le polemiche del settore cattolico, non immemore dell’anticlericalismo zanardelliano.

Due artisti si ritirano (ed uno entra addirittura a far parte della commissione giudicatrice, Domenico Trentacoste) e la gara vede la vittoria assegnata al torinese Davide Calandra, mentre i bresciani Luigi Contratti e Domenico Ghidoni si aggiudicano il terzo ed il quarto posto, preceduti da Ettore Ximens, quest’ultimo grande amico dello stesso Zanardelli. Il monumento verrà inaugurato alla presenza del re, del presidente della Camera e del Consiglio Giolitti il (naturalmente) 20 settembre 1909.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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