Cappelli per tutti

Un quasi deserto corso Zanardelli nei primi anni Venti. Una via commerciale battuta da pedoni, tram e carrette ed illuminata da eleganti lampioni. A destra un banco del bar sotto i portici, per avventori che preferiscono fumare e bere all’aria aperta, scrutando la città con la lente di un bicchiere.

Sull’altro lato, attirano l’attenzione la grande scritta murale e le vetrine del negozio Bertoglio, fondato alla metà dell’Ottocento dall’imprenditore Evaristo Bertoglio. La sua è una famiglia che conosce i gusti dei cittadini, in decenni nei quali uomini e donne non escono di casa senza un elegante cappello in testa. Nell’imamgine l’intero gruppetto a sinistra ognuno ha il suo cappello calcato in testa. E del resto Brescia vanta una lunga tradizione nel comparto modaiolo dei copricapo.

La fabbricazione e la vendita di cappelli in feltro e panno registra per Brescia la presenza di un vero e proprio pioniere, Giovanni Ponchielli. Il suo laboratorio in via delle Spaderie (oggi via X Giornate), anticipa lo stesso Borsalino, con la confezione di cappelli da feltri ricavati da pelli di coniglio e di nutrie. Nell’anno 1856 giunge da Parigi al suo laboratorio una macchina per la rasatura del pelo dalle pelli secche di animali: la meccanizzazione consente il passaggio della spellatura di 50 pelli dalla manualità (tempo impiegato una settimana), al passaggio meccanico, con una sola ora di impiego.

Il settore dei cappelli “tira” in tutti i comparti sociali, fra cilindri e berrette. Una tradizione di lungo periodo: nel 1857 operavano nel bresciano 8 “fabbricatori” di cappelli, che nel 1890 occupavano oltre cinquanta addetti, mentre le aziende diventavano 9 nei risultati dei censimenti del 1897. E in città nel 1891 sono aperti 13 negozi di cappelli, fra cui quelli di Evaristo Bertoglio, immortalato in questa immagine, e di Camillo Bertoglio, in corsetto s. Agata.

Proprio Camillo Bertoglio, nel 1903, è in grado di investire nel settore come non si era mai fatto prima. Quell’anno avvia un nuovo cappellificio “con macchine operatrici moderne e con un centinaio di operai ed operaie”, dotandolo di una caldaia ed un motore elettrico.
Un vero innovatore, che spiazza la concorrenza (nel 1904 i fabbricanti di cappelli diminuiscono a 7): la sua pubblicità parla di una “Fabbrica e magazzino con vendita Berretti, Sete, Peluche, Pelo, Velvet, Fustagno, Mussola, rasi, Tibet, Nastri, marocchini ed altri articoli inerenti alla cappelleria”.

Il suo negozio é diretto concorrente dei Merenda, posizionato all’angolo fra Corsetto sant’Agata e “Via Loggia”. In questo panorama si inserisce quindi la storia di Antonio Merenda, il capostipite del noto negozio, che aveva allineato baschi e Borsalino in via Dolzani (l’attuale via Porcellaga) esattamente nell’anno 1900, seguendo il passaggio dal cilindro che aveva ornato i capi degli epigoni borghesi di stampo zanardelliano al nuovo e popolare Panama, finendo per ravvivare di estri commerciali la zona ancora medievale della città, che un trentennio dopo sarà sventrata e sostituita dalle linee rette di Piazza Vittoria.

Sino alla sua morte, avvenuta nel 1941, il suo “è tra i più noti negozi di cappelli della città e provincia”. Un’attività continuata poi dal figlio Umberto, nato poche stagioni prima del negozio e cresciuto fra lane e fustagni dalle larghe falde, mentre gli altri figli Bruno e Maria aprono un nuovo negozio in corso Palestro.

Il negozio Bertoglio ha ormai chiuso i battenti. Fra le due guerre, frattanto, solo due aziende restano a produrre cappelli in città, la Ditta Filippini di via Giordano Bruno e la Ditta Reboldi & C. di via Solferino. In compenso, nel 1927, i negozianti di soli cappelli sono 13 (occupanti 45 addetti), tutti concentrati fra i Portici, Corso Magenta e Corso Palestro che una statistica di un paio di anni dopo eleva addirittura a 21. In provincia quello stesso anno si segnalano un negozio a Chiari, due a Palazzolo, uno a Salò, anche se acquistare un cappello era operazione delicata (e investimento non comune), che implicava la discesa dalle valli o l’arrivo dalla pianura sin dentro gli scintillanti negozi del centro città.

Nel secondo dopoguerra l’uso del cappello é ancora abitudine, tanto che lo stesso indicatore dei prezzi al consumo elaborato dal Municipio di Brescia nei primi anni Cinquanta prevedeva, tra le proprie voci, anche “cappello per uomo di feltro lana” e “Basco per ragazzo”, con prezzi medi di 1.667 lire e 417 lire rispettivamente. Il censimento industriale del 1961 registra per il bresciano la presenza di sole tre aziende fabbricanti cappelli, con 38 addetti, ma i negozianti di cappelli risultano essere ancora 34 (con ben 71 commessi).

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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