Il vecchio ospedale

Il nome è quello attuale, “Spedali Civili”; la sede è quella di centro città. Nell’immagine fa bella mostra di sé la sobria e severa facciata d’impronta neoclassica eretta da Giovani Cherubini nell’anno 1842, fondale della piazzetta aperta a metà di via Moretto e demolita nel 1959 per far posto all’edificio ospitante la Banca Nazionale del Lavoro.

Nell’attiguo ex Convento della Pietà, sopravvive l’ex ospedale delle Donne ora annesso agli Spedali Civili. Dopo l’avvenuto trasferimento del nosocomio nella sede attuale, l’elegante architettura fu coperta e destinata a divenire l’atrio dell’Albergo “Gambero Nuovo” nel 1964 e, dal 1978, sede della Banca Popolare di Bergamo aperta in via Gramsci.

Il complesso che ospita il nosocomio è articolato in vari edifici. Gli Spedali Civili ebbero qui sede fra il 1844 ed il trasferimento negli edifici odiernai a nord della città, avvenuto nel 1951. Si tratta dell’ex convento di San Domenico: la zona è oggi in parte occupata dal retro della sede della Camera di Commercio e della compagnia telefonica (costruito nel 1953).

Sul lato destro dell’immagine sorgeva l’edificio ospitante lo “Stabilimento bagni”, inaugurati nell’anno 1882 e costruiti dopo la demolizione della seicentesca chiesa di San Domenico avvenuta fra il 1879 ed il 1880.

Negli anni fra le due guerre nei quali viene scattata questa fotografia, la situazione del vecchio ospedale cittadino è al limite del collasso. Una descrizione datata 1930 ci rimanda infine una situazione davvero disperata, che il linguaggio tecnico-edilizio usato non riesce davvero a nascondere, rivelandoci un disagio che divideva essere proprio dell’intera medicina bresciana: “L’insufficienza dei cortili si riflette soprattutto sulle condizioni generali di abitabilità del piano terreno che sono discrete solo per qualche reparto, sono cattive o addirittura pessime per la maggior parte degli altri. Si aggiunga che un buon numero dei locali non sono nè cantinati nè provvisti di vespai e che la luce e l’aria viene per quasi tutti di sotto i portici che circondano i chiostri ove il sole batte appena d’estate. Porzioni di fabbricato poi sono quasi esclusi dall’illuminazione e dall’areazione diretta. In generale il tipo di infermeria muta continuamente da un reparto all’altro ed i livelli dei pavimenti seguono con variazioni anche all’interno di uno stesso reparto oltre che fra reparto e reparto. Per quaranta ammalati di chirurgia esiste una sola latrina ed in altri reparti esiste un unico bagno ogni 50 ammalati. Buona parte dei bagni, e si è visto quanti sono, per essere usati, occorre riempirli con l’acqua calda che gli infermieri portano a secchi”.

Per una nuova sede da tempo lavorano alacremente gli amministratori del nosocomio che evidentemente conoscono sulla propria pelle le difficoltà della quotidianità in questa sorta di “istituto che si regge su gambe vecchie di secoli e pietosamente aiutate dalle grucce di continui adattamenti” come ricorda il presidente del tempo.

Se gli amministratori dell’ospedale restano convinti della necessità di un nuovo fabbricato, non altrettanto si dimostra orientata la stampa e l’amministrazione comunale, che anzi nel 1930 incarica l’ing. Angelo Bordoni di redigere un piano di ristrutturazione del vecchio edificio. I responsabili dell’ospedale sembrano convinti della necessità di un nuovo edifico, ma è ancora una volta la stampa e parte dell’opinione pubblica a ritenere avventata la decisione ed a scommettere ancora sulla ristrutturazione del vecchio edificio.  E, incredibilmente, l’amministrazione dell’ospedale sembra accusare un cedimento, impegnandosi su più fronti. Si individua una nuova area nei pressi di Sant’Eufemia di proprietà dell’ente, si affida un progetto di nuova realizzazione su quest’area, si commissiona un nuovo progetto di ristrutturazione di San Domenico e infine si acquista una nuova area a nord di San Rocchino.

Sono scelte, appare evidente, frutto di un certo disorientamento di fronte all’opinione pubblica e, par di capire, anche il frutto di alcune pressioni politiche che il regime fascista mette in atto nel disegno complessivo di una “nuova grandiosa città fascista” già avviato con la realizzazione di piazza Vittoria.

I lavori del nuovo ospedale procedono lentamente. Nella primavera del 1939 due dei tre padiglioni hanno già preso forma. La conclusione delle strutture murarie è prevista per la fine del 1940, e nel 1941 si completa la facciata principale recante in alto le date “MCMXLI” e “XXI E.F.”, ma i venti di guerra smorzano ritmi ed entusiasmi: i lavori riprendono solamente nel dopoguerra ed alla facciata si sostituisce all’indicazione dell’era fascista la nuova data “MCMLVIII”. Il 5 marzo 1951, data della prima degenza nel nuovo ospedale, rappresenta anche la data di nascita della moderna medicina bresciana. Il 19 dicembre 1953 – alla presenza dell’Alto Commissario per la Sanità, on. Tessitori – viene definitivamente chiuso il vecchio ospedale.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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