Una casa per la madre e il fanciullo

La straordinaria crescita della Brescia industriale (nel 1915, per la prima volta nella sua storia, il numero di addetti all’industria supera quelli dell’agricoltura), induce la municipali e gli enti di natura pubblica ad implementare una lunga serie di infrastrutture volte a fornire adeguate risposte alla crescita demografica ed al mutare delle esigenze urbane.

Il Comune procede, per esempio, alla costruzione di nuove case operaie in molti punti della città. Fra questi, il quartiere di Campo Fiera, che in diversi cantieri (1907, 1911, 1921) propone centinaia di alloggi destinati a impiegati municipali, vigili urbani, operai delle fabbriche Togni e Tempini, operanti a poche decine di metri da questi stessi cortili.

Ulteriore impulso viene dato nel corso degli anni del regime fascista. La gerarchia degli spazi intorno al quartiere viene così volutamente stravolta: in via Milano viene realizzato un nuovo grande campo di calcio, il Cimitero Vantiniano viene ampliato, mentre i due grandi caselli daziari ottocenteschi di piazza Garibaldi, all’ingresso del quartiere, vengono smontati nel 1926 e spostati di cinquecento metri, dall’altro lato, posti ora all’ingresso del cimitero, ancora una volta in un area sino ad allora utilizzata per passeggiare e giocare. Crescono anche i Dopolavoro aziendali delle grandi fabbriche, che occupano nuovi spazi e costruiscono nuovi fabbricati, cancellando preesistenti trattorie, osterie e campi di bocce.

Nasce pure, a sostituire la Cooperativa dei Tramvieri, il Circolo rionale “Lunardini”, legato al fascio locale. Una occupazione in piena regola delle aree del quartiere ancora libere, la cancellazione, anche fisica, dei simboli e dei riferimenti di molte vite spese fra i campi di bocce e le ortaglie. Il caso esemplare, accanto a quelli già citati, é senza dubbio la realizzazione della “Casa della Madre e del Fanciullo”, fiore all’occhiello degli sforzi assistenziali del regime, che modifica pesantemente spazi e abitudini locali.

Essa sorgerà infatti sull’aera occupata sino ad allora dalla trattoria Belvedere con annesso gioco di bocce, forse l’ultimo spazio aperto ancora esistente, circa 3.000 mq, fra il quartiere e il calzificio Rovetta e Lanti e la fabbrica d’armi Tettoni. La realizzazione dell’edificio viene decisa nell’anno 1934 dalle autorità cittadine, sulla zona descritta, ritenuta “posta in condizioni speciali e cioé di comodo accesso ai quartieri operai ed in pari tempo di sufficienti dimensioni ed in posizione centrale”.

I lavori, appaltati nel 1936, si conclusero l’anno seguente: l’opera, progettata dall’architetto milanese Luciano Baldessari, aveva una pianta ad L, con splendide architetture razionaliste, aperta su di un vasto giardino invisibile al quartiere, con fronti esterni rivestiti di mattoni rossi con ampie riquadrature in pietra. Nuovi spazi aperti sono così esclusi dalla fruizione comunitaria, e come detto anche le funzioni sociali si assimilano nei loro effetti a quelle industriali.

Un risultato raggiunto per questa via che non viene nemmeno nascosto: “un centro”, dirà Oreste Buffoli, il presidente dell’Onmi bresciano promotore della realizzazione, “voluto nel centro del quartiere industriale per legare in un unico significativo complesso di forza virile l’industria e la casa, la produzione intelligente e l’assistenza fascista”.

Anima della Casa della madre e del fanciullo è, fra gli altri, il dottor Artemio Magrassi. Una mente fervida e alla ricerca del progresso e delle innovazioni mediche: da subito collabora con la Società Bresciana di Igiene e con la Associazione Medico chirurgica bresciana, pubblicando diverse ricerche ed articoli di carattere medico. In città, nei primi anni del Novecento, é fra i fondatori del dispensario antitubercolare e della istituzione assistenziale per i fanciulli “Goccia di latte”. Fra le due guerre sarà anche direttore dell’Istituto Rachitici, presidente delle Opere Pie Riunite e con i dottori Olindo Alberti e Pancotto fondatore della Lega contro il Cancro, di cui sarà presidente, come lo fu fra l’altro anche della Casa Industria, della Casa di Salute Moro, della Poliambulanza.

Una serie di cariche non onorifiche, ma di impegno costante sul fronte della organizzazione sanitaria bresciana. Magrassi sarà anche consigliere della Croce Rossa, della Croce Bianca, della Congregazione di Carità di Brescia, solamente per citare alcuni delle associazioni e degli enti a cui collaborò. Ma proprio l’Omni e la sua Casa resteranno a lungo al centro dei suoi interessi di medico e di cittadino.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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