Fabbricare armi in città

L’immagine riprende l’ingresso di un’importantissima fabbrica di armi, aperta nel cuore di Brescia, lungo via Milano, all’inizio del XX secolo e al centro di un breve, quanto significativo itinerario economico. Nonostante l’apparente ristrettezza di spazi e le dimesse sembianze dell’ingresso, l’impresa è infatti il cuore, durante la Grande guerra, di ritmi produttivi semplicemente strabilianti.

Curiosa è infatti la realtà della impresa, nota, prima dell’inizio della guerra, semplicemente come Società Toschi-Castelli, con sede ove un tempo sorgeva una fabbrica di ventagli. La ditta era stata costituita, nell’anno 1900, da Giuseppe Toschi, originario di Lugo di Romagna (ove la famiglia già produceva armi), e dal bresciano Giuseppe Antonio Castelli. L’impresa è nota inizialmente come “Fonderia di ghisa malleabile”, quindi dal primo decennio del secolo apprezzata per la produzione di revolver e parti di ricambio di armi da subito destinate all’impiego militare. Nel 1908 entrava a far parte della platea dei proprietari il socio Micheloni, sostituito nel 1909 da Negro, presto liquidato.

L’azienda fu nota in città per aver costruito 300 fucili resi disponibili all’on. Giacomo Bonicelli, pronto ad invadere il trentino nel 1914 con “300 cittadini forti e risoluti”, come scrisse al ministro Salandra.

L’impresa avvia infatti nel 1910 – gli occupati sono quell’anno circa 200 – la produzione di pistole, soprattutto la Bodeo mod. 1889 e altri modelli di brevetto belga, oltre che fucili da caccia e ammodernamenti del fucile Vetterli, nei diversi modelli per soldati e ufficiali del Regio esercito e della Regia Guardia di Finanza, ma pure con consistenti ordinativi privati. Nel 1914 l’impresa brevetta a Brescia una nuova versione da guerra del fucile Vetterli modello 70.87, ad opera del figlio del fondatore, Napoleone Castelli, che l’anno seguente brevetta pure la trasformazione di un fucile da diporto Flobert nel nuovo “tipo militare”. E’ questo un modello che incontra grande fortuna – nei mesi antecedenti il maggio 1915 – soprattutto nelle società di Tiro a Segno Nazionale.

Nei mesi precedenti il conflitto l’impresa – i cui cataloghi sono caratterizzati dalla doppia dicitura sociale Manifattura italiana d’Armi (Mida) e Toschi-Castelli – è largamente impegnata nella produzione di un’ampia gamma di armi. Sono in produzione il fucile mod. ’91; i moschetti “per truppe speciali” e “per cavalleria”, i Vetterli 70-87, carabine e moschetti di varia foggia. E non potevano mancare le pistole d’ordinanza del Regio esercito, ovvero la vecchia modello 1874 (prezzo 30 lire), la Bodeo 1889 in più calibri (da 34 a 40 lire) ed altri modelli ancora.

Giuseppe Toschi muore nel 1916: Giuseppe Castelli procede quindi nell’attività con la nuova ditta Mida, pur continuando a produrre ancora pure con il marchio Castelli. Straordinaria è la crescita della Mida, che passa da 150 addetti della precedente Toschi-Castelli del 1915 a ben 1.600 occupati come punta massima nel 1917, sino a 1.239 addetti (354 operai militari, 232 esonerati, 306 borghesi, 233 donne e 114 ragazzi) segnalati a fine conflitto, addetti che nel maggio del 1918 garantiscono una produzione di 325 fucili al giorno, rispetto ai soli 100 del 1916.

La vicenda della Mida si intreccia con quella di Alfredo Scotti, progettista bresciano e consigliere delegato della stessa impresa. Grazie alle sue conoscenze la Mida riesce ad accaparrarsi due significative commesse di fucili mod. ’91, la prima nel novembre del 1915 per ben 100.000 pezzi, da consegnare in lotti mensili da 5.000 pezzi sino al settembre 1917 (con un aumento di prezzo accordato il 4 agosto 1917), ed una seconda commessa di altri 50.000 unità nel settembre del 1918. Secondo la testimonianza successiva dello stesso Scotti, la Mida durante la guerra avrebbe complessivamente prodotto lo strabiliante numero di 137.000 fucili mod. ’91, 172.000 pistole a rotazione modello Bodeo 1889 e 46.000 pistole lanciarazzi da segnalazione modello Very.

Nel 1919 la Mida cessa l’attività e viene poi condannata a pesanti risarcimenti per sovraprofitti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle spese di guerra. L’impresa viene infine dichiarata fallita l’8 agosto 1924 a causa del credito insoluto di 4 milioni di lire accertato come sovrapprofitto. Nel dopoguerra alla Mida succede inizialmente la ditta G.A. Castelli, sino alla morte di Giuseppe, avvenuta nel 1921. A quella data l’attività è continuata dai figli di Giuseppe, Napoleone e Vittorio, i quali proseguono l’attività armiera aprendo un nuovo opificio alla Stocchetta, località a nord di Brescia, con lo scopo sociale di “fabbricare specialmente armi portatili da guerra, fucili da caccia”, occupante – ancora sotto il marchio “G.A. Castelli” – un centinaio di addetti. L’impresa cessa definitivamente l’attività nel 1928.

Questa fotografia e le altre pubblicate su "bresciastorica.it" sono presenti nel libro fotografico "Brescia Antica" edito dalla Fondazione Negri.

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